In "The trouble with physics" Lee Smolin cerca di spiegare il suo punto di vista sulla ricerca in fisica teorica. Secondo Smolin, che è un fisico importante, la teoria delle stringhe è una teoria insoddisfacente perché può accomodare qualsiasi fatto. Se ho ben capito il ragionamento che Smolin svolge nella prima parte del libro, il fatto che le dimensioni invisibili che la teoria presuppone (ci sono fino a undici dimensioni spaziotemporali nelle varie versioni della teoria) si possano configurare in molti modi rende in pratica la teoria impermeabile a qualsiasi falsificazione e quindi non scientifica.
Nella seconda parte del libro (più accessibile e interessante per il profano) Smolin cerca di spiegare come mai l'ambiente scientifico, specialmente quello americano, tende a creare gruppi vincenti che poi ostacolano la ricerca successiva. Smolin tira in ballo anche Kuhn e Feyerabend e gli ultimi capitoli li ho letti con interesse molto maggiore. Purtroppo sarei del tutto incapace di riassumerne il contenuto anche se avessi a disposizione un margine più ampio di questo.
Se ti interessano questi argomenti ti consiglio di leggere almeno la quarta parte del libro (da pag. 259 in questa edizione).
Naturalmente, parlando di fisica teorica, anche Sheldon e Leslie hanno qualcosa da dire:
Ben consigliato dall'amico Keplero, ho letto "Flash Forward" di Robert Sawyer, il romanzo da cui è stato tratta l'omonima serie televisiva. La storia è nota: per un motivo che nel libro si sa subito ma non anticipo per non spoilerare la serie, tutte le persone al mondo vedono il futuro per due minuti. Tutto il libro è un venire a patti con questo incredibile fenomeno. C'è chi viene a sapere che il suo matrimonio andrà all'aria, chi che verrà ucciso.
Ma il futuro è immutabile oppure no? Abbiamo il libero arbitrio? Sapere come saremo non influenza come siamo? Sawyer sviluppa i temi in maniera molto intelligente anche se, a mio parere, un po' freddina. Il libro non è certo travolgente ma mi è piaciuto, anche perché gli scienziati non sono le solite caricature dei libri americani.
Ho molto rispetto per i libri che resistono agli anni. Ogni tanto ne compro uno e molto spesso ne vale la pena. "La vita agra" di Luciano Bianciardi racconta la vita di un intellettuale precario nell'Italia del boom (è del 1962). Alcune pagine sono esilaranti e la critica allo stupido efficientismo milanese (che si è poi naturalmente esteso a tutto il resto d'Italia) è attualissima dopo quasi cinquant'anni. Consigliato.
Dopo alcune letture non felicissime, l'ultimo libro dell'anno è un ottimo romanzo di Dan Simmons. A un certo punto di "Ilium" un sommergibile proveniente da Giove, guidato da robot semibiologici fanatici di Proust e Shakespeare viene abbattuto in orbita marziana da un dio greco su una biga. Già da qui si capisce che descrivere la trama sarebbe piuttosto complicato.
Lo stile meravigliosamente intricato di Simmons riesce davvero a tenere in piedi una storia così folle da includere la guerra di Troia, una umanità postapocalittica confusa e incapace, una civiltà robotica, piccoli omini verdi, post-umani ed ebrei erranti. Rispetto al termine di paragone più naturale, il ciclo di Hyperion, manca la forza drammatica, quasi horror dei precedenti romanzi (non è detto sia un male: qualcuno mi ha raccontato di aver mollato Hyperion perché gli faceva paura). Per me Simmons esagera nello strizzare l'occhio al lettore (Elena di Troia a un certo punto dice allo sbalordito protagonista che ci sono più dei in cielo in terra di quanti ne contenga la sua filosofia), ma sono dettagli.
Prima di ordinarlo su Amazon sappi che Ilium è solo la prima puntata. Il romanzo termina senza chiudere tutte le domande (anche se evita il cliffhanger, a differenza di Hyperion). Assieme alla seconda (Olympos) dovrai tabaccarti un totale di 1488 pagine.
Ho visto Nicola Gratteri in televisione e mi è piaciuto, allora ho comprato "Fratelli di Sangue", (scritto con Antonio Nicaso) la storia della 'ndrangheta. Purtroppo il libro non è piacevole, è una specie di lunga enciclopedia dei rituali, delle attività e della distribuzione geografica delle cosche ('ndrine).
Dopo un po' i nomi dei luoghi e delle famiglie, delle faide e delle stragi si confondono e ora non saprei ricordarmi forse neanche uno delle centinaia di nomi di boss, o i paesini di origine. Però ho letto fino in fondo perché questa teoria continua e monocorde di sparatorie e morti ammazzati, e il loro non comparire o quasi nella cronaca, è spaventosa:
Quando [la seconda guerra di mafia] si concluse, nell'estate del 1991, si contarono quasi settecento morti [..].
Il libro è noioso, la storia che c'è sotto è terribile.
Tom è un normale borghese della provincia americana anni '50. A una festa il cognato Phil lo ipnotizza e Tom comincia ad avere strane visioni, fra cui una donna misteriosa che il furbo titolista italiano ha voluto identificare sulla copertina. "Io sono Helen Driscoll" di Richard Matheson poteva rimanere un racconto di una cinquantina di pagine. Non è male ma è un po' troppo semplice, una cosa minore.
"Lo scheletro che balla" di Jeffrey Deaver è il secondo libro della serie di Lincoln Rhyme, l'investigatore tetraplegico. La trama non è molto importante, perché è un concentrato degli stereotipi del genere. C'è la coppia di investigatori (Rhyme e la bellissima Amelia Sachs) c'è il killer cattivissimo, furbissimo e imprendibile (deve resistere qualche centinaio di pagine al dream team investigativo), ci sono colpi di scena a ripetizione.
Quello che rende questo romanzo godibile (come immagino gli altri della serie) è una gestione veramente ottima dei colpi di scena. Deaver sarebbe stato un ottimo scrittore d'appendice perché riesce ad infilare colpi di scena a ripetizione senza telefonarli. Questo lo salva da una scrittura non impeccabile e una traduzione, a voler essere benevoli, frettolosa [es: a un certo punto il killer sfigura una vittima perché non poteva "disporre del cadavere" e "to dispose of the body" non è esattamente una frase rara, in un giallo].
Io non sono un amante delle serie, ma la signora mi ha fatto ordinare tutti gli altri libri con Rhyme.
La scienza della complessità è una di quelle materie che se devi spiegare cos'è, meglio se ti dai malato. Melanie Mitchell, in questo "Complexity: a guided tour" fa del suo meglio per farlo (spiegarlo, non darsi malata) in maniera allo stesso tempo accessibile e interessante. Il problema è che forse il compito è impossibile. Basta leggere l'indice: capitolo 2 Dynamic, Chaos and Predictions, capitolo 3: Information, capitolo 4: Computation, capitolo 5: Evolution. Tenendo conto che va avanti così per 19 capitoli (e il libro non ha sedici milioni di pagine) l'ambizione della Mitchell si avvicina a quella di chi voleva fare una cosa così complicata come una donna con la costola di un uomo (che ci è riuscito solo perché nei romanzi vale la sospensione dell'incredulità).
Partendo da dieci a zero per gli altri la Mitchell non pareggia ma diciamo che riesce a stare abbastanza in partita. Spiega abilmente ognuno degli argomenti che tratta nonostante l'inevitabile estrema superficialità e riesce a buttare dentro qualche cosa di interessante, come il capitolo 11 (Computing with Particles) che illustra un approccio che non conoscevo alla descrizione del comportamento degli automi cellulari (vedi qua [pdf]). Purtoppo però accenna solo a cose che avrebbero meritato un approfondimento maggiore (un esempio per tutti, la Self Organized Criticality).
Complessivamente un libro gradevole, anche se molto introduttivo.
"Life of Pi" di Yann Martel è un libro che ha avuto un certo successo di critica qualche anno fa. Parla di Piscine (Pi) Patel, un ragazzo indiano, solo superstite (umano) di un naufragio che si trova su una scialuppa assieme a una tigre, una iena, una zebra e un orango. Gli altri compagni vengono rapidamente divorati dalla tigre e Pi deve affrontare molti mesi di coabitazione con il simpatico gattone.
E' un libro strano, in parte ironico (specie nella parte iniziale e finale) e decisamente inconsueto. Benché le circostanze siano più adatte al genere horror Martel le racconta con un fare sognante e spirituale. La storia mi ha ricordato un libro di William Golding letto moltissimi anni fa (scopro grazie a internet trattarsi di "La folgore nera").
In "Old Men at Midnight" Chaim Potok continua la storia di Ilana Davita. Ma la presenza di Ilana è poco più di un espediente narrativo per introdurre le storie che le vengono raccontate, che sono quella di un ragazzo reduce dall'olocausto, un ex torturatore sovietico e un professore di storia che ricorda un suo insegnante di "Trope".
Come al solito le trame non sono molto significative. Potok ti introduce con poche frasi nel mondo dei suoi personaggi. Forse il racconto più sviluppato è quello centrale: il protagonista (Shertov) si trasforma da ebreo osservante a torturatore del NKVD attraverso gli sconquassi della prima guerra mondiale e della rivoluzione russa, scivolando sul piano inclinato morale che gli impongono gli avvenimenti. Consiglio questo libro ai soli amanti di Potok (dubito che sia stato tradotto in italiano).