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domenica 10 ottobre 2004
 

In realtà questo è un libro inutile. Intendo per noi italiani. In realtà non ci interessa sapere come era la vita di quei ragazzi mandati a combattere nella valle dello Ia Drang nel novembre del 1965, nella prima operazione importante degli americani in Vietnam. Eppure il libro di Moore e Galloway "Eravamo giovani in Vietnam" ha un suo fascino, quello di tutte le storie di guerra, dove la gente combatte e muore. Moore era il tenente colonnello del reggimento inviato a fermare uno sconfinamento di nordvietnamiti, nel primo impiego di quella cavalleria dell'aria che sembrava così promettente, e racconta la storia di quei ragazzi mandati a combattere una guerra che non si poteva vincere. Il libro è il racconto militare di quella campagna, in cui gli americani ebbero in pochi giorni 305 caduti (contro 3651 nordvietnamiti, ma quelli a Moore interessano meno) e racconta quei giorni praticamente in soggettiva, con evidente rimorso per quei ragazzi che non sarebbero diventati anziani signori come è lui ora.

Il libro è inutile perché anche se Moore si è sbilanciato a fare qualche domanda anche ai nemici (bontà sua) il punto di vista è esclusivamente il suo. Tutto si riduce ad una commemorazione dei commilitoni caduti, attraverso il dettagliato racconto di quei giorni.

La cosa più impressionante è il parallelo (mutatis mutandis) con oggi. Mc Namara evidentemente non era uno scemo e dopo aver parlato con Moore che aveva visto come i NV fossero ottimi combattenti (addestrati alla maniera darwiniana da venti anni di guerra) e disposti a morire per la causa, inviò al presidente un memorandum (segreto) dove diceva che il Nord Vietnam avrebbe retto l'escalation con l'esercito americano anche con il corrente rapporto di perdite di 12:1, non c'era modo di vincere rapidamente la guerra e per non perderla occorreva più che raddoppiare le forze in campo. Consigliava di arrivare ad una soluzione negoziata altrimenti i caduti americani sarebbero arrivati a mille al mese (come puntualmente successe nel '67).

Fare questo sarebbe però stato un disastro politico per Johnson, quindi si andò avanti. Come Fonzie un presidente americano non può dire "ho sbagliato", piuttosto la morte (non la sua, è ovvio).




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