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giovedì 7 dicembre 2006
 

Quando succedono cose importanti, che vanno sui giornali e magari sui libri di storia, uno delle cose che ti piacerebbe sarebbe che ci fosse un testimone imparziale. Uno di cui ti fidi, uno che non ha motivo di inventare palle, per un motivo o per l'altro. Di solito questo testimone non c'è, oppure è qualcuno che non ha nessun rapporto con te. Stavolta invece, e parlo dei disordini di Genova del 2001, il testimone è una persona che potrebbe benissimo essere uno del mio bar.

Marco Poggi, autore di "Io, l'infame di Bolzaneto" è un infermiere bolognese, ed è il suocero di un mio amico. Come si può leggere, o vedere, è una persona semplice, abituata però ad avere a che fare con la repressione e la violenza. E' stato infatti infermiere nei manicomi e in carcere. Il libro parla anche del periodo in cui è stato infermiere negli istituti psichiatrici (il Roncati di Bologna e il Lolli di Imola) quando i malati mentali venivano rinchiusi e si sperimentavano su di loro trattamenti disumani (come il coma indotto con insulina).

Durante i fatti di Genova Marco Poggi era infermiere nella caserma di Bolzaneto, e quando parla di quanto fosse sconvolto dalla violenza inutile, descrive i medici in tenuta mimetica che trattenevano come trofeo le magliette insanguinate dei manifestanti, racconta delle botte a ragazzi inermi, di quelle che non si può definire diversamente da torture, è come se sentissi parlare un anziano del quartiere, uno zio, un padre. All'interno dell'amministrazione tutti sapevano, ma solo lui (e un altro coraggioso) hanno parlato, e ora lui è un "infame". Ha perso il lavoro perché gli hanno fatto capire che tornare in carcere sarebbe stato piuttosto pericoloso. Quasi sempre chi denuncia dall'interno (il whisteblower) ha solo svantaggi dalle sue esternazioni. Ecco perché è sicuramente tutto vero.




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